Il pomodorino del piennolo deve il suo nome alla consuetudine dei contadini vesuviani di intrecciare, intorno ad uno spago legato a cerchio, i grappoli di pomodorini, sino a formare un grande grappolo (il piennolo) che verrà poi appeso in un ambiente asciutto e ventilato.
I pomodorini potranno così essere staccati di volta in volta dal “piennolo” per essere consumati nei mesi successivi. La coltivazione in terreni non irrigui e la buccia, particolarmente spessa, favoriranno la conservazione per tutto l’inverno e, nelle stagioni più favorevoli, sino alla Pasqua successiva alla raccolta.
Il pomodorino del piennolo del Vesuvio ha una buccia abbastanza spessa, quasi croccante al morso, e una polpa molto soda e compatta con un basso tenore di acqua.
Alla sua straordinaria sapidità concorre una prodigiosa combinazione di sostanze zuccherine miscelate ai sali minerali. In seguito, la conservazione in “piennoli” conferirà al pomodorino un retrogusto leggermente amaro.
L’areale di coltivazione del pomodorino del piennolo comprende tutti i comuni inclusi nel perimetro del Parco Nazionale del Vesuvio ad un’altitudine compresa tra i 150 e i 450 metri sul livello del mare. Tutte le pratiche agricole (trapianto, cimatura, rincalzatura, diserbo, raccolta etc.) sono eseguite a mano a causa della disposizione irregolare e a terrazze dei terreni, che rende difficile la meccanizzazione. Le rese, in mancanza di irrigazione, sono molto basse e non superano i 100 q/ha.
Per il pomodorino del piennolo, come per altri prodotti di altissima qualità e lunga tradizione, l’associazione Slow Food ha creato un presidio di salvaguardia, mentre alcune aziende produttrici, tra le quali casa Barone, hanno avviato, di concerto con la Regione Campania e il Parco Nazionale del Vesuvio, la procedura per il riconoscimento da parte dell’Unione Europea della DOP (Denominazione di Origine Protetta).