Un'Italia a tavola

Risotto giallo con luganega ..la propostya di Luganega di Monza di VeranoBrianza per Un'Itàlia

E' un risotto preparato con la quasi ormai dimenticata salsiccia tipica monzese "la luganega di Monza". Risotto che, la tradizione vuole, è d'obbligo mangiare l'ultimo giovedì di gennaio in occasione del rogo della Giubbiana. Una rimanenza di festa celtica durante la quale un fantoccio raffigurante una strega viene bruciato con un sottofondo molto rumoroso. Bruciandola ci si sarebbe protetti dagli influssi negativi e si avrebbe goduto di salute e prosperità

"Caponeit" Valsesiani con fonduta di Toma di Campertogno ..la proposta del Rist.Casa Alla Piana -Campertogno(VC) per Un'Itàlia

"I capuneit" sono involtini di carne e sapori vari, arrotolati in foglie di verza o d’indivia, borraggine o, più nella tradizione, con foglie
di romice conosciute come “rabarbaro alpino”  Scelta la foglia, vengono poi fritti in abbondante burro. In questo piatto  vengono adagiati in un letto  di toma valsesiana, un tipico formaggio a pasta dura o semimorbida, le cui origini risalgono al periodo romano

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E'stata la base dell'alimentazione dei nostri nonni in quanto il granturco si produceva con facilità nelle nostre campagne e costava poco. Vecchi proverbi citano: "un poru contadì fadica e stenga, lu meju pastu sua è la pulenda" oppure "6 dì 12 pulende

400-500 gr di farina gialla (la versione fioretto sarebbe l'ideale), 2 litri di acqua, sale quanto basta, olio. Io solitamente prendo una pentola di alluminio, faccio bollire l'acqua metto sale, olio, quando bolle tolgo la pentola

e verso tutta la farina, inizio a girare bene fino a farla diventare una crema. Rimetto su fuoco al minimo per 40 minuti chiusa con coperchio e la lascio cuocere. Minimo 40 minuti ma più cuoce e più è digeribile, si considera comunque cotta quando incomincia a staccarsi dalle pareti della pentola.

La polenta veniva versata sulla spianatoia, fatta leggermente raffreddare e co il dorso di un cucchiaio fatti dei buchi. La polenta veniva condita con la sapa e i buchi riempiti per soddisfare il palato dei più ghiotti intingendo la polenta stessa.

La Sapa si preparava nelle case in occasione della vendemmia, scegliendo l’uva ben matura. Si filtrava il mosto fiore e si riempiva un pentolone di rame. Un grande treppiede e il fuoco a legna consentivano una prolungata e lenta bollitura, fino ad una notevole riduzione; da quattro litri di mosto si otteneva un litro di nettare d’uva. Durante la bollitura, che durava quindici ore circa, si provvedeva a schiumare il mosto con un ampio e bucherellato ramaiolo. Alla fine si versava in una tinozza di legno a raffreddare e depositare. Il giorno seguente si imbottigliava, per poi riporla in dispensa o in un posto alto in cantina, ideale per la conservazione.
Tanti un tempo gli utilizzi del nettare d’uva: per migliorare i dolci di Natale e Carnevale, per preparare tortini dolci con ripieno di marmellate e confetture casalinghe, per perfezionare le crostate di frutta e la frutta cotta, per insaporire la polenta, per impastare ciambelle. D’estate, unita all’acqua fresca di pozzo, contribuiva ad una bibita semplice, gustosa e corroborante.

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Sapori dimenticati

Le taccole

La taccola è una varietà di pisello della quale si consuma il baccello intero, particolarmente tenero e dolcissimo. I baccelli, larghi e piatti,  contengono semi molto piccoli e possono essere di colore bianco o verde.

La mora di gelso

Tutti hanno assaggiato, almeno una volta nella loro vita, le more di rovo. Quanti conoscono invece quelle di gelso? Pochi...


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