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Maiolo e il suo pane

“Sopra sassosa ripida pendice, in sul confin del feretrano suolo che fa dell’Appennin quasi appendice, fu già un vecchio castel detto Maiolo”.
La prima notizia sicura di Maiolo è del 1181. Prima era terra della Chiesa, poi nel tempo infeudata ai Montefeltro, nel 1400 passata alla Signoria dei Malatesta e successivamente ai Duchi di Urbino. La funzione strategica del sistema fortificato di Maiolo fu pienamente valorizzata dai Duchi di Urbino, i manufatti furono soggetti a continua manutenzione, ammodernati e potenziati, la Comunità stessa privilegiata dall’attenzione e dalla protezione del Governo. Il paese conobbe una certa prosperità, diverse famiglie si elevarono nella carriera ecclesiastica e nelle professioni e si distinsero con i segni del prestigio sociale a cominciare dalla casa. Diverse sono le case “civili” (se non le vogliamo chiamare palazzi) nella bella veduta del pittore “Mingucci” (1626) custodita presso gli archivi storici della Città del Vaticano.

La Rocca di Maiolo, a forma quadrilatera, rappresentava il punto strategico dell’intera Val Marecchia e veniva considerata inespugnabile, in quanto situata su un monte a forma conica isolato con intorno rupi a picco e burroni molto profondi. Dentro le sue mura e nel suo territorio si ebbero a tenere i così detti parlamenti feretrani, dove si risolvevano litigi e questioni interessanti i popoli dell’intera regione.

Oggi il paese è posto sulla media valle del Fiume Marecchia, che comprende anche il versante sinistro del torrente Rio Maggio. Maiolo si configura come un comune montano sparso (m. 600 s.l.m.), che ha preso il nome dell’omonimo vicino borgo, distrutto, secondo una leggenda avvolta in un alone di magia, da una frana rovinosa tra il 29 e il 30 maggio 1700 che intriga tuttora i geologici e gli storici.

Il paese conserva le sue borgate, le sue vecchie case contadine, le comunelle, le piazzette e non si è lasciato contagiare dalla edilizia selvaggia e condominiale. La bellezza sfolgorante dei tramonti, lo sguardo che spazia dal Monte Fumaiolo, all’Alpe della Luna, al Monte Carpegna, ai Torrioni di San Leo, alle Torri di San Marino sino al mare domina tutta la Val Marecchia e fa di Maiolo un punto di osservazione unico del territorio marchigiano e del Montefeltro.

Il Museo del Pane è uno speciale museo diffuso, costituito dal territorio di Maiolo, definito dall’Unione Europea zona “BioItaly” per la sua valenza floristica, dai suoi campi di grano e, soprattutto, dai suoi numerosi forni, più di cinquanta, utilizzati per la cottura del caratteristico pane locale e delle tipicità ad esso collegate.

Questi forni, sparsi in maniera uniforme,vengono considerati una preziosa testimonianza di civiltà e un vero e proprio bene culturale per il loro
fondamentale ruolo di collante dell’intera borgata.

Oggi, purtroppo, non tutti risultano attivi. Alcuni, tuttavia, sono ancora in uso e ritornano perfettamente funzionanti in coincidenza della Festa del Pane.
Le strutture risalgono ai primi decenni del 1800, come testimoniano le pietre con le quali sono costruite, e sono di proprietà della stessa famiglia di agricoltori, pastori e boscaioli da quattro generazioni. Sono costituite dalla camera di cottura, in mattone, mentre il manufatto esterno è fatto di materiale lapideo come il calcare marnoso. Generalmente i forni sono addossati ad una dependance della casa rurale o alla casa stessa, ma possono anche essere completamente isolati, lontani da qualsiasi struttura.

Una delle loro principali caratteristiche, è che servivano più nuclei familiari, strettamente imparentati tra loro e riuniti in un agglomerato al quale hanno tramandato addirittura il nome. Il forno è utilizzano da famiglie che vivono nello stesso nucleo rurale e che lo considerano un insostituibile strumento di cottura. All’interno di ciascuna, sono pochi i soggetti capaci di utilizzarlo e che ne conoscono i segreti e le procedure migliori. Ne consegue che il pane prodotto non può essere destinato alla vendita al grande pubblico, ma può soddisfare esclusivamente la domanda interna.

L’attività dei forni aveva in passato importanti implicazioni sociali. La panificazione, infatti, rappresentava un momento di aggregazione insostituibile, un’occasione d’incontro tra i vari nuclei familiari che si servivano nello stesso forno. Ma erano soprattutto i bambini a godere di questo momento, plasmando in forme particolari i filoni. Venivano addirittura prodotti dei biscottini che servivano da paghetta per convincere i bambini a partire per il pascolo.

Dal pane inoltre, dipendeva largamente il ciclo giornaliero dei lavoratori agricoli, scandito da rituali legati all’alimentazione e in maniera particolare al pane. Si partiva al mattino all’alba per campi e pascoli con una sacca piena di formaggio, vino e pane, che veniva consumata intorno alle 7.30. A mezzogiorno circa, una donna di casa provvedeva a portare il pranzo sul campo, riponendo il pane in appositi canestri. Anche la cena, almeno durante la bella stagione, veniva effettuata nei campi ed era a base di pane mentre durante le altre stagioni, era consumata in casa e prevedeva un menù più vario

 

fonte ProLoco Maiolo

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