Il ritorno della lenticchia in terra occitana

Le lenticchie della Valle Grana (Cn)Le lenticchie sono il più antico legume, coltivato già nel 7000 a.C. in Asia. Si diffusero poi in tutto il bacino del Mediterraneo e divennero cibo base dei Greci e dei Romani.
Fu Catone a dettare alcune norme per cucinarle nel modo migliore; Galeno, celebre medico, ne sottolineò le virtù terapeutiche, e addirittura Esaù, si legge nella Bibbia, vendette al fratello Giacobbe il diritto di primogenitura in cambio di un fumante piatto di lenticchie.
In Italia la coltivazione è diffusa soprattutto in altopiani dove le condizioni di clima e di terreno conferiscono un altissimo pregio qualitativo al prodotto, per esempio Castelluccio di Norcia (DOP) e Colfiorito in Umbria o Leonessa nel Lazio, ma ci sono anche quelle del Fucino e quelle di Mormanno, la verde di Altamura e quelle piccole e tenere di Ustica, che crescono sui terreni vulcanici dell’isola e sono molto rare.

 Dalla primavera del 2009 le lenticchie sono ritornate  anche in Valle Grana (Cn). Dapprima, sperimentalmente sulla collina di Caraglio e Bottonasco poi, visti gli ottimi risultati qualitativi e anche quantitativi, la sua coltivazione si è ampliata coinvolgendo altre aziende della Valle.
Si sta quindi sviluppando un mercato tipico, di nicchia e di valida integrazione nell’economia della piccola azienda montana e pedemontana. Inoltre è una coltivazione che si adatta, anzi si esalta, nei terreni marginali e nella consapevole rotazione agraria delle colture, com’era un tempo

“Natale e Capodanno, tempo di luci, doni, buoni propositi e pantagruelici convivi in cui ci si immerge in gustose preparazioni. Pranzi e cene dove, tra grassi capponi, zamponi e cotechini intriganti, non manca la tradizionale lenticchia.
Lo scorso anno avevo accennato, basandomi su notizie sentite da anziani del posto, di quando, un tempo, questo nobile legume era coltivato in Valle Grana. Le stesse notizie  decantavano l’ottima qualità e il  buon sapore, tanto che erano ricercatissime  dai commercianti e oggetto di scambio con del riso.
Alcuni mesi orsono, nell’ambito di una precisa ed interessante ricerca storica effettuata dalla nota insegnante caragliese Vincenza Giordano, riferita all’antica produzione della canapa nei nostri areali, è emerso che, nella relazione dell’intendente napoleonico Brandizzo, la lenticchia veniva già coltivata in quel di Pradleves sul finire del XVIII° secolo.
 
Ma la cosa strabiliante è che questa compare nella testimonianza di un evento straordinario che segnò indelebilmente la storia del nostro paese e che ho avuto il piacere di scoprire leggendo l’avvincente pubblicazione: Regina degli Apostoli – Santuario del Castello. Una eccellente opera degli autori: Luigi Armando e Adriano Armando, redatta e distribuita in occasione del bicentenario del ritrovamento della veneratissima cappella intitolata appunto a  Maria Regina degli Apostoli.
 
Era il 1816 quando il professore e accademico Marchisio Cosma, testimone oculare delle cose raccontate, in un breve ragguaglio sulla Madonna del Castello, dopo appena sei anni dalla scoperta della cappella così scrive: “La mattina del 24 giugno 1810, festa di S. Giovanni Battista, cinquanta giorni dalla scoperta della cappella, verso le otto del mattino, un contadino di nome Giorgio Menardi, dopo una notte di pioggia dirotta, salì in cima alla collina del Castello, mper vedere se le sue lenticchie avessero sofferto del temporale notturno. Giunto lassù, gli venne la buona idea di scendere nella cappella, da poco scoperta per recitare un’ Ave Maria. Lì si trovò al suo fianco un vecchio di bell’aspetto, coi capelli bianchi, vestito di colore azzurro, con accanto un fanciullo di circa 12 anni, vivacissimo”.
 
Il racconto continua ed è appassionante. Ve ne consiglio vivamente la lettura integrale nella pubblicazione sopradetta. Da tre anni a questa parte la lenticchia è ritornata ad essere coltivata negli antichi alteni della collina del Castello, in Merola e in altri appezzamenti del territorio caragliese, con buoni risultati in ordine di produzione e gusto.
 
La tecnica di coltivazione e la lavorazione post raccolta deve essere ulteriormente perfezionata, tuttavia l’esperienza maturata fino ad oggi  e  la risposta avuta dai primi “assaggiatori” lasciano intravedere una rosea aspettativa di mercato. Un mercato comunque tipico, di nicchia e di valida integrazione nell’economia della piccola azienda. Inoltre è una coltivazione che si adatta, anzi si esalta, nei terreni marginali e nella consapevole rotazione agraria delle colture.
 
Poi grazie al sopradetto curriculum storico, tramandato e scritto, questo legume può senza dubbio tagliare ambiziosi  traguardi come il naturale inserimento nell’atlante dei prodotti tipici italiani e ancora fregiarsi della D.O.P (denominazione Origine Prodotto) o dell’I.G.P. (Indicazione Geografica Protetta). Può diventare una utile e ricercata risorsa per il nostro territorio”

L.Alciati ( Caraglio-Cuneo)

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