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Cosi’ mangiava Montezuma…

Tecnochtitlàn….

Adagiata con le bianche case, i giardini, le piramidi ai bordi del lago salato Tezcoco, ai piedi dei vulcani incappucciati di neve Tecnochtitlàn, la giovane capitale dell’impero mexica, l’8 novembre del 1519 era tutto un fermento sotto il sole chiaro dell’altipiano. Dalla grande strada a sud della citta’ avanzava una colonna di quattrocento stranieri accompagnati da ventimila indios delle tribu’ ribelli all’imperatore. Tra bandiere di piume, Montezuma li aspettava con i dignitari di corte per dare il benvenuto al capitano Hernàn Cortès. Erano quasi trent anni che stranieri di pelle chiara apparivano e scomparivano sulle isole e sulle coste del Nuovo Mondo. Per gli europei erano state sorprese fin dal’inizio: una razza diversa, una flora e una fauna sconosciute, ovunque campi di mais, cereale alla base dell’alimentazione locale, inframezzato da fagioli, zucche e patate dolci e i tacchini che gli Spagnoli si ostinavano a chiamare galline.I rapporti tra Montezuma e Cortès furono nei primi tempi assai diplomatici, lo accompagno’ in giro per la citta’ formicolante di mezzo milione di persone che abitavano case di pietra dai giardini pensili divise da strade a canali incessantemente percorsi da cestaia di canoe. All’intersecarsi delle vie principali sorgeva l’immenso recinto delle sacre piramidi e si apriva, da un lato, la piazza del mercato capace di contenere sessantamila persone, dove arrivavano e partivano da ogni angolo dell’impero,  merci di ogni genere.

Abbondanza e frugalita’

In contrasto a tale abbondanza, la vita dei contadini era frugale; all’alba nelle case e nelle capanne risuonava il battito del pestello  con cui le donne frantumavano i chicchi di mais: impastati diventavano “tortillas” che cocevano su una griglia, o li bollivano per  l’“atolli”, una densa bevanda per la colazione del mattino.Il pasto principale della giornata era quello delle cinque che prevedeva involtini, fagioli, salse di chili e pomodoro, poca carne e il tutto innaffiato da bibite di amaranto e salvia.

Gli Atzechi dovevano nutrire troppa gente su un terra ingrata occupata in gran parte da laghi, per questo sulle acque intorno alla citta’ oscillavano pigramente i “chinampas”, isolotti artificiali di cesti di vimini riempiti di limo, coltivati a ortaggi e fiori le cui radici li ancoravano al fondo del lago. Ma la siccita’ e le frequenti inondazioni compromettevano spesso il raccolto e allora era la fame.

Per scongiurarla, nei templi sulle piramidi davanti a fuochi sacri, si offrivano agli dèi, perche’ assicurassero il sole e la pioggia a tempo debito,  cuori umani ancora palpitanti la cui vista fece fuggire sconvolti Cortès e i suoi uomini.

Nel suo immenso palazzo Montezuma aveva un serraglio di rettili e felini, un orto botanico con rare piante medicamentose, voliere con fagiani, pappagalli e colibri’ dove trecento servi raccoglievano le piume  multicolori per adornare gli abiti di corte.

Pasticci di pesce e tortillas

Montezuma consumava i pasti da solo in sale dalle pareti coperte di arazzi, seduto su un cuscino davanti al quale si poneva una tavola bassa ricoperta da tovaglia bianchissima, intorno una distesa di piatti d’argento o di terra che offriva tacchini allo spiedo, pasticci di pesce, anitre, ostriche, frittate, cervi, lepri e infiniti legumi, pimento, pomodori. L’imperatore indicava le vivande di suo gusto e al riparo di un paravento dorato iniziava il pasto, servito da belle ragazze che gli porgevano bacili d’acqua e gli preparavano fragranti tortillas; assaggiava appena la frutta tropicale mentre era ghiottissimo dI cioccolata spumosa, la bevanda nazionale sconosciuta agli europei, che gli veniva preparata in coppe d’oro, mescolata a miele e vaniglia. L’imperatore era astemio, ma i Mexìca fabbricavano alcolici di cui era proibito abusarne: scavando in profondita’ nel cuore dell’agave, pianta che forniva tetti, carta, corde, tessuti, raccoglievano nella cavita’ un succo che, una volta bollito, diventava uno sciroppo simile al miele; ma se lasciato a fermentare diventava l’”octli”, un acquavite eccitante. Se ne faceva uso nelle case signorili, ai banchetti notturni al lume delle torce di pino, banchetti che si concludevano con doni di ricchi mantelli e collane di fiori.

L’assedio 

Agli Spagnoli bastarono pochi mesi per distruggere tanta bellezza e radere al suolo la splendida Tecnochtitlàn decimando gli abitanti. Imprigionato l’imperatore, trafugato il tesoro, fatti a pezzi mantelli e tessuti, fusi in lingotti i finissimi lavori di oreficeria, la citta’ fu assediata. Crollarono le case, i templi, le piramidi, le cui rovine giacciono ancora sotto lo Zòcalo di Citta’ del Messico, mentre il vaiolo anniettava la gente.

Se della civilta’ azteca rimase ben poco, si conservarono vitalissime, diffondendosi per il mondo, le sue usanze alimentari: il mais e i fagioli, dono americano alle affamate campagne europee, il pomodoro ad arricchire gli orti, il tacchino ad ornare i pollai.

 

tratto da “A tavola con la storia” di Maria Luisa Minarelli Ed.Sansoni

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