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Afrodisiaci nel piatto

C’e’ chi dice che il miglior afrodisiaco sia il successo e chi preferisce il profumo del denaro; i piu’ romantici inclinano alla presenza dell’essere amato e molti hanno sempre creduto alle virtu’ erotizzanti di alcuni cibi.

la mandragora..

Gli antichi andavano per erbe: gran reputazione aveva la radice della mandragora, una solanacea diffusa nei paesi mediterranei il cui nome ebraico “dudaim”  deriva da “dud”, che significa amore. Citata nella Bibbia, venne riconosciuta dal medico graco Dioscoride in quella “bevanda mista, e di succo essenziale infusa” che Circe usava per i suoi omerici maneggi. Ci credeva ciecamente anche Plinio il Vecchio, colpito  dalla spiccata rassomiglianza della pianta con gli organi genitali di ambo i sessi. I Romani poco abbienti come Marziale si accontentavano si accontentavano della meno rara lattuga e perfino della malva e della ruchetta. Ovidio invece si dichiarava scettico sulle virtu’ di erbe e filtri d’amore: “ e Circe brucia e alle consuete arti ricorre, ma neppur da queste sollievo alcuno l’amor suo riceve” scrive nei Rimedia amoris . Per lui, teorico dell’Ars amandi, soltanto “ nel vino Venere divien fuoco aggiunto a fuoco”

Il pimento

L’agronomo Columella aveva constatato che la ruca seminata intorno alle statue di Priapo aveva la magica virtu’ di risvegliare mariti troppo tranquilli; ma i mariti dei suoi tempi, se appena potevano permetterselo, pare che preferissero risvegliarsi con le spogliarelliste di Gadès, le migliori che offriva il mercato.

A partire dal Medioevo si sgrana un lungo ricettario di immondi intrugli; tra le spezie pare che qualche effetto l’avesse il pimento perche’, non si sa cosa fosse successo, il suo uso fu espressamente proibito nel convento di Cluny dall’abate Pietro il Venerabile.


Il pesce

La religione cristiana imponeva ai monasteri interminabili quaresime e giorni di magro, durante i quali si mangiava molto pesce.  Sulle virtu’ afrodisiache del fosforo e dell’idrogeno “due delle sostanze piu’ infiammabili che esistano in natura”si sarebbe pronunciato ai primi dell’Ottocento il teorico Brillat-Savarin, che mise in guardia dal prepararlo con ingredienti irritanti; ma Trappisti, Carmelitani e Certosini non lo sapevano e andavano soggetti a terribili tentazioni del demonio.Racconta lo stesso Brillat-Savarin che nel 1791 i parroci delle campagne di Talissieu si riunirono una volta per un pranzo in comune; fu servito uno squisito pasticcio d’anguilla e i convitati si ritrovarono quasi senza accorgersene a fare tra loro inusuali discorsi licenziosi. Rivedendosi il mese dopo un po’ vergognosi, i buoni parroci scoprirono che il pasticcio era pera della signora Briguet, che per molti anni era stata cuoca di una delle piu’ note cortigiane di Parigi e aveva usato alcuni rari ingredienti della sua vecchia padrona.

il cioccolato, ostriche e tartufi…

Il concilio di Trento regolamento’ la quaresima, ma era gia’ in agguato il problema della cioccolata: si doveva o no considerarla afrodisiaca? I Gesuiti che ne erano grandi commercianti decisero per il no, e dimostrarono scrupolosamente che, sciolta nell’acqua, non rompeva nemmeno il digiuno. I laici, intanto si scatenavano con ostriche, pesce e tartufi, cibi rari e costosi a cui nel ‘700 si attribuivano virtu’ erotizzanti.

I protagonisti dei romanzi di De Sade non mancavano mai di consumare pranzi copiosi, prima di abbandonarsi alle piu’ nefande dissolutezze; l’autore fini’ invece diverse volte alla Bastiglia incolpato di tentato avvelenamento, perche’ somministrava a ignare prostitute dosi eccessive di cantaride, una sostanza ricavata da un coleottero che puo’ essere assai pericolosa; come stimolante sessuale, c’era chi la metteva anche in torte e biscotti. La Pompadour l’aveva usata, si dice, per riconquistare l’amore di re Luigi XV; non servi’ a molto, se il re la sostitui’ con la Du Barry, che tentava di rendere piu’ ardente con pizzichi di ambra grigia nella cioccolata.

Nella lontana Pietroburgo si malignava, invece, che Caterina II, ancora principessa, avesse dato un erede al trono di Russia dopo una cena di caviale e storione e una notte d’amore con tale Sergey Saltykov.

Neppure Napoleone ando’ esente da sospetti: la nascita, rigorosamente legittima del re di Roma, pare sia stata favorita da una cena di tacchino tartufato e champagne. Ricetta per lo meno gradevole ed esente da pericoli e con qualche probabilita’ di successo poiche’, per dirla come Roland Barthes, “quando e’ raro e raffinato il cibo invita alla volutta’ e all’edonismo, e senza il lusso non c’e’ libertinaggio”.

.. e i grandi seduttori

I grandi seduttori conoscono bene la magia della tavola; ogni donna affascinante sa d’istinto che una cena accuratamente preparata e presentata con grazia accentua le sue virtu’ e non e’ necessario che i cibi debbano essere quelli ritenuti afrodisiaci.

Casanova nelle sue Memorie si compiace di raccontare come a tavola ristorasse le forze prima di un cimento amoroso con storioni, cacciagione, tartufi e vini di Sassonia.Piu’ o meno gli stessi cibi prediletti dagli eroi dei romanzi del marchese De Sade, che pero’ quando a tavola sedeva lui preferiva minestrine in brodo, polpettine di piccione e innocenti marmellate e creme alla vaniglia.

 

 

spunti tratti da “A tavola con la storia “di Maria Luisa Minarelli Ed.Sansoni

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